Milano, turni massacranti e stipendi fermi: perché nessuno vuole più fare l’infermiere?

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Turni massacranti, stipendi fermi e reparti sempre più sguarniti: è questa la fotografia della sanità lombarda, dove la vera emergenza non sono i posti letto, ma chi di quei letti dovrebbe occuparsene.

Secondo i numeri dell’assessorato al Welfare della Regione Lombardia, oggi nelle strutture pubbliche lavorano circa 38 mila infermieri, ma per garantire un servizio efficiente ne servirebbero almeno 3.600 in più. Solo nel 2024 oltre 3.500 professionisti hanno lasciato il Servizio sanitario regionale, e solo un terzo per raggiunti limiti d’età. Gli altri hanno scelto di cambiare: chi nel privato, chi all’estero — soprattutto in Svizzera o negli Emirati — alla ricerca di stipendi e condizioni migliori.

La crisi parte già dai banchi universitari: nei corsi di laurea in Infermieristica centinaia di posti restano vuoti. Alla Statale, ad esempio, su 815 posti disponibili si sono iscritti in 567. Un segnale chiaro di quanto la professione sia diventata poco attrattiva, schiacciata da turni pesanti e scarse prospettive di carriera.

Per tamponare la carenza, la Lombardia guarda oltreconfine: infermieri dal Sud America e dall’Uzbekistan stanno già lavorando in diverse strutture, e oltre 200 nuovi arrivi sono previsti entro il 2026.

Intanto i sindacati, da anni, chiedono, con manifestazioni e scioperi, stipendi adeguati, assunzioni stabili e percorsi di crescita per chi ogni giorno tiene in piedi il sistema. Gli stessi infermieri che durante la pandemia erano chiamati “eroi” e oggi si trovano a lavorare sempre di più, ma in condizioni peggiori. Il grido d’allarme è chiaro, senza un piano strutturale per valorizzare chi resta, la sanità lombarda rischia di trovarsi, tra pochi anni, con ospedali moderni ma corsie sempre più vuote.