Violenza nelle carceri Beccaria e San Vittore, Sappe: “Detenuti lavorino”

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Violenza, sovraffollamento e aumento di detenuti con problemi psichiatrici: sono i temi che accomunano le due carceri milanesi, quella minorile Cesare Beccaria e la casa circondariale di San Vittore. 

Alle cronache sempre più spesso spiccano notizie di eventi violenti che accadono all’interno di questi istituti penitenziari: dalle evasioni, agli incendi dentro le celle, per finire poi anche con la morte di qualche detenuto. Una situazione resa insostenibile anche per il sovraffollamento che spopola sia al Beccaria che a San Vittore: quest’ultimo ha il record nazionale di sovraffollamento. 

Con un sempre più carente numero di agenti di polizia penitenziaria. Il sindacato autonomo della polizia Penitenziaria, il Sappe, nella giornata di lunedì 7 ottobre ha fatto visita presso i due istituti, portando anche “un segnale di solidarietà e di vicinanza alle poliziotte ed ai colleghi che lavorano con umanità e grande professionalità”, come si legge in una nota diffusa dal sindacato. 

Per Donato Capece, segretario generale del Sappe “Sarebbe fondamentale, per dare dignità alla detenzione, che i detenuti lavorassero, tutti, così da non stare tutto il giorno nell’apatia e senza fare nulla. Mi sembra evidente che se i detenuti fossero impegnati nel lavoro, nello studio ed in altre attività difficilmente ci sarebbero così tanti eventi critici in carcere”. 

Per il leader nazionale del primo Sindacato del Corpo,  “dopo i tanti episodi di violenza di questi ultimi giorni, non possiamo che invocare misure di maggiore rigore, per riportare la legalità nelle carceri. Chiediamo che i detenuti violenti vengano ristretti in appositi istituti, dove dovrebbero scontare la pena al regime chiuso, con applicazione delle misure restrittive di cui all’articolo 14 bis dell’ordinamento penitenziario, perché mettono a rischio l’ordine e la sicurezza e, spesso , si avvalgono anche della loro posizione di supremazia nei confronti degli altri reclusi. Chiediamo inoltre la dotazione del taser, o di altro strumento simile, affinché gli agenti possano difendersi ed evitare che la violenza dei detenuti venga portata a conseguenze estreme”, ha concluso.