Le 48 ore di follia e sangue di Emanuele de Maria, il detenuto omicida suicida

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“Lei voleva chiudere la storia. Ho fatto una cavolata”. Così, in una telefonata alla cognata, Emanuele De Maria ha ammesso ciò che stava per diventare evidente a tutti: l’ennesimo femminicidio. Quelle parole, pronunciate poche ore prima del suo suicidio, sono il punto di partenza di un dramma che ha scosso Milano..

Le immagini delle telecamere raccontano gli ultimi istanti di vita di Chamila Wijesuriya, 50 anni, barista dello stesso hotel dove lavorava anche De Maria. È venerdì pomeriggio, ore 15:15. Sotto una pioggia fine, i due camminano uno accanto all’altra, ognuno con il proprio ombrello, verso il Parco Nord. Le telecamere li riprendono a poca distanza da viale Fulvio Testi. Due ore dopo, solo l’uomo riappare nelle immagini: da solo. Il telefono di Chamila verrà ritrovato poco distante, in un cestino.

Lì, tra la vegetazione più fitta del parco, vicino a un laghetto, De Maria ha nascosto il corpo della donna, che sarà ritrovato solo domenica da un passante. Accanto al cadavere, nessuna arma, nessun documento. Ma i carabinieri non hanno dubbi: è lei, Chamila, la collega scomparsa venerdì. Aveva detto al marito che sarebbe andata in palestra. In realtà aveva un appuntamento con l’uomo che l’avrebbe uccisa.

Emanuele De Maria, 35 anni, era un detenuto in regime di semilibertà. Ogni giorno lasciava il carcere di Bollate per lavorare all’Hotel Berna. Ma stava scontando una condanna a 14 anni per l’omicidio di una prostituta, sgozzata nel 2016 a Castel Volturno. Dopo il delitto si era rifugiato in Germania, dove era rimasto latitante per quasi due anni.

Sabato all’alba, dopo aver passato la notte in strada, De Maria si è presentato all’ingresso dell’hotel e ha accoltellato un collega, un barista egiziano di 51 anni, molto amico di Chamila. 

All’ospedale, il collega ha detto agli inquirenti: «Forse ce l’aveva con me, perché le avevo detto di stare attenta».

Domenica pomeriggio, infine, l’epilogo. In pieno centro, tra la folla dei turisti, Emanuele De Maria sale sulle terrazze del Duomo di Milano. Nessuno immagina cosa stia per accadere. In un attimo, si lancia nel vuoto da oltre 40 metri d’altezza. 

Lo riconoscono subito dai tatuaggi. In tasca, un frammento del documento d’identità di Chamila.

La scia di sangue si è allungata in meno di 48 ore: una donna uccisa, un uomo ferito e un suicidio. Tre vite spezzate da un copione purtroppo già visto, che porta ancora una volta il nome e il volto del femminicidio.