Medici di famiglia, sempre più contagiati. Appello dei sindacati: ‘siate molto prudenti’

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Limitare le visite all’indispensabile e, per il resto, assistere i pazienti al telefono. Sono questi gli ordini di scuderia delle principali organizzazioni che raccolgono i quasi 400 medici di famiglia attivi in provincia id Pavia. Il motivo, il contagio da Covid-19 corre, anche tra i camici bianchi impegnati nella medicina di territorio, tra casi limite come quello di Mortara, dove 5 dottori su 7 della cittadina sono in quarantena perché risultati positivi al Coronavirus. Il numero totale dei medici di base contagiati non è stato fornito da Ats ma è chiaro che l’attenzione, a questo punto, è ai massimi livelli. 

Anche secondo altri sindacati, come lo Snami, “assistere al telefono i casi meno gravi, anche oltre gli orari canonici, non è mancanza di professionalità – ha detto il responsabile pavese Santacroce – ma un’esigenza per continuare a garantire l’efficenza del sistema sanitario di base e il monitoraggio della situazione”.

Se su questo punto dunque i principali sindacati dei medici sono d’accordo, restano diverse le posizioni sulla controversa questione dell’effettuazione dei tamponi rapidi da parte degli stessi medici di famiglia voluta dal Governo.

L’accordo raggiunto lo scorso 28 ottobre con la firma del protocollo da parte della Federazione italiana dei medici di medicina generale (che pure aveva chiesto precise condizioni, ad oggi non soddisfatte in gran parte del territorio) ha suscitato una levata di scudi da parte di altri sindacati come Snami. Al termine di un incontro in videoconferenza svoltosi mercoledì, il sindacato pavese ha redatto un documento dai toni a dir poco accesi sulla vicenda, definendolo “goffo tentativo di mettere in atto l’obbligatorietà dell’esecuzione dei tamponi”.

L’agire in merito di Governo, Regione e Ats – secondo Snami – è “pressappochista e superficialie, oltre che irregolare e pericoloso”. Al centro del dibattito, l’assenza di strutture idonee a effettuare i tamponi senza rischi per i medici e la popolazione, visto che spesso gli studi sono collocati in condomini o aree residenziali, l’assenza o carenza di dispositivi di protezione idonei oltre a un’altra serie di questioni che hanno portato al rifiuto categorico dei medici iscritti di eseguire i tamponi rapidi.