Omicidio Rocchelli, ecco le motivazioni dell’assoluzione (in 2° grado) del soldato Vitaly Markiv

Featured Video Play Icon

Assolto in appello per insufficienza di prove, o meglio, per l’inammissibilità delle testimonianze raccolte in primo grado dai giudici di Pavia: un vizio procedurale, insomma. Questo, in estrema sintesi, il senso delle motivazioni depositate dalla Corte d’assise di appello di Milano. La sentenza è quella con cui, a novembre, aveva assolto il miliziano ucraino Vitaly Markiv, condannato invece in primo grado a Pavia a 24 anni di carcere per l’omicidio del fotoreporter pavese Andrea Rocchelli, caduto sotto i colpi di mortaio nel 2014 durante un reportage nel Donbass, zona contesa tra Russia e Ucraina. Nell’attacco come noto morì anche l’interprete Andrej Mironov e un altro giornalista rimase ferito.  

La Corte d’assise d’appello sostiene che Markiv vada assolto per insufficienza di prove. Secondo la sentenza di primo grado infatti, il giorno dell’attacco il miliziano italo-ucraino, che in quei frangenti aveva un ruolo di sentinella, aveva radioguidato l’attacco verso i civili, diventando quindi corresponsabile della morte del fotoreporter pavese.

Eppure, osservano i giudici milanesi, nel processo di Pavia, commilitoni e superiori di Markiv avrebbero dovuto essere sentiti come indagati in un procedimento connesso, dunque assistiti da un avvocato, perché possibili imputati in un concorso di omicidio. E invece, così non è stato. Le loro dichiarazioni, quindi, sarebbero inutilizzabili per la condanna in appello di Markiv. Carta straccia, insomma, e, di conseguenza,  non è dimostrabile che il paramilitare ucraino prestasse servizio a quell’ora e in quella precisa postazione.