12mila quintali di vino contraffatto e centinaia di fatture false per una truffa da diversi milioni di euro. Un nuovo scandalo ha travolto il vino dell’Oltrepò, ancora una volta nella sua espressione cooperativistica. Sotto la lente della Procura di Pavia è finita la Cantina sociale di Canneto Pavese con circa 270 soci conferitori e 90mila quintali di uva pigiata nell’ultima vendemmia. Il blitz di Carabinieri e Guardia di finanza è scattato all’alba di mercoledì 22 gennaio con perquisizioni, sequestri di documenti e prodotti in tutto il nord Italia e 7 misure cautelari.
5 le persone poste agli arresti domiciliari perché accusate a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio e alla contraffazione di prodotti a indicazione geografica protetta. Si tratta dei vertici della cantina con il presidente Alberto Carini,45 anni, e la sua vice Carla Colombi, di 65, del mediatore 63enne Claudio Rampini e di due enologi, Aldo Venco e Massimo Caprioli, coloro che, secondo l’accusa, concretamente creavano il prodotto che veniva spacciato come Doc, Igp o Biologico.
Lo preparavano con uve e vini di qualità più scarsa o diversa da quella indicata nei registri. Per farlo – spiegano gli investigatori – si aggiungevano aromi, zucchero e anidride carbonica. Davide Orlandi e Cesare Forlino sono invece gli agricoltori soci che sono stati sottoposti alla misura dell’obbligo di firma.
28 le perquisizioni eseguite finora all’interno di abitazioni, cantine e laboratori analisi compiacenti, che secondo gli inquirenti avrebbero falsificato o omesso dati che altrimenti avrebbero fatto emergere le condotte truffaldine messe in atto a partire dal 2017.
Le indagini, avviate a metà 2018, hanno permesso di accertare un modus operandi del tutto simile, sebbene di proporzioni diverse, a quello riscontrato ormai 5 anni fa, nel 2014 alla cantina sociale Terre d’Oltrepò. L’inchiesta portò alla denuncia di quasi 300 persone, tra cui diversi soci conferitori, enologi, mediatori e ovviamente gli ex vertici della cooperativa molti dei quali, come l’ex direttore Livio Cagnoni, condannati nel processo di primo grado a Pavia. Nonostante il terremoto che ne seguì e il deciso cambio di passo in termini di qualità e tracciabilità dei prodotti imposto a Broni dopo lo scandalo dalla nuova dirigenza, a Canneto – spiegano gli inquirenti – “hanno fatto le stesse cose”.







