La fase due e le quattro D: la Lombardia e Milano chiedono di ripartire il 4 maggio

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La fase due ha una data: il 4 maggio. La Regione chiede al Governo la riapertura delle attività produttive a patto che siano garantite “4 D”:

Distanza di un metro tra le persone, obbligo di Dispositivi – quindi mascherine – per tutti, Digitalizzazione – ovvero lo smartworking per le attività che possono prevederlo – e Diagnosi, cioè test sierologici.

La Regione ha istitutio un comitato di saggi per capire come comportarsi in questa seconda fase. Da una parte i Rettori, dall’altra componenti della giunta. Coinvolte Università Cattolica, Politecnico, Statale, Bicocca, Bocconi e poi Vice Presidente Sala, Assessore al Bilancio Caparini, all’Ambiente Cattaneo e all’Agricoltura Rolfi.

Un pool che, nell’analizzare temi economici, sociosanitari, scientifici e culturali, fornirà indicazioni per la ripartenza della Lombardia sul medio e lungo periodo. La ripartenza non di una normalità, così come eravamo abituati noi, ma una normalità diversa, nuova.

Legambiente intanto scrive una lettera ai sindaci lombardi con alcune misure concrete per pensare alla mobilità post covid: iniziando da mezzi pubblici più sicuri attraverso monitoraggi, controlli e tornelli per contingentare gli ingressi e garantire le distanze di sicurezza. Aumentando bici e nuove ciclabili nelle aree urbane, e incentivando lo smartworking.

Ma è dall’organizzazione mondiale della sanita che arriva il vademecum necessario per andare avanti:

1 – La trasmissione del contagio deve essere “controllata”

2 – le capacità del sistema sanitario devono essere in grado di “rilevare, testare, isolare e trattare ogni caso e rintracciare ogni contatto”

3 – i rischi di epidemia devono essere “ridotti al minimo in contesti speciali quali le strutture sanitarie e le case di cura”

4 – vanno messe in atto “misure preventive nei luoghi di lavoro, nelle scuole e in altri luoghi in cui è essenziale che le persone vadano

5 – i rischi di importazione di contagio devono essere gestiti

6 – le comunità devono essere pienamente istruite, impegnate e autorizzate ad adeguarsi alla ‘nuova norma’.