Il Tribunale del Lavoro di Milano ha dato ragione alla maschera licenziata dal Teatro alla Scala, che ora dovrà pagarle le mensilità per i mesi rimanenti prima della scadenza del contratto a termine e le spese processuali.
I fatti risalgono al 4 maggio scorso, quando la giovane, durante le operazioni di accoglienza richieste dalla sua professione, ha urlato “Palestina Libera” nel momento in cui il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni stava entrando nel Teatro per assistere al concerto che precedeva la riunione della Asian Development Bank. Il motivo del gesto è dovuto al fatto che la banca in questione vede come 69esimo membro Israele. Il Teatro alla Scala le avrebbe quindi contestato l’abbandono del luogo di lavoro, in quanto la ragazza si sarebbe recata in un piano differente da quello che le è stato assegnato, espellendola e, dopo pochi giorni, arrivando al licenziamento.
Gli avvocati Giovanni Giovannelli e Alessandro Villari hanno quindi presentato ricorso a giugno, chiedendo semplicemente l’illegittimità del provvedimento, senza nessuna sanzione all’azienda per aver interrotto il contratto prima del tempo. Ora la Scala deve corrispondere alla ragazza circa 7 mila euro tra risarcimento e spese legali e, se il Tribunale del Lavoro avesse deciso prima della scadenza del contratto, avvenuta il 30 settembre, avrebbe anche potuto doverla reintegrare.
A comunicare la sentenza pronunciata dal giudice Antonio Lombardi è la Cub Milano, che ha sempre ritenuto il licenziamento un provvedimento politico. Per la maschera, appena ventenne, il sindacato di base ha organizzato nei mesi vari flash mob e raccolte firme a cui hanno partecipato anche molti suoi colleghi.







