Cinquant’anni dietro ad un muro: torna il salone dorato

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Per cinquant’anni è rimasto lì, a pochi metri da chi visitava il Museo Poldi Pezzoli, ma senza poter essere visto. Non era un quadro nascosto in un deposito, né un reperto dimenticato. Era una parte della stanza stessa. È la storia del Salone Dorato, il cuore della casa-museo di via Manzoni, che oggi torna alla sua forma originaria dopo un intervento di recupero durato mesi e che ha riportato alla luce anche elementi che sembravano ormai perduti.

Per capire questa storia bisogna tornare indietro di un secolo e mezzo.
Gian Giacomo Poldi Pezzoli, nella seconda metà dell’Ottocento, non voleva semplicemente mettere dei quadri dentro casa. Voleva costruire un ambiente intorno alle opere. Il Salone Dorato viene pensato proprio così: soffitto ligneo dorato, decorazioni, marmi, bronzi, arazzi e una grande finestra ad arco, la cosiddetta serliana, affacciata sul giardino.

Era una concezione molto moderna per l’epoca: l’opera d’arte non è separata dallo spazio che la ospita, ma dialoga con l’architettura. E quella visione avrebbe influenzato anche altre importanti case-museo internazionali, come l’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston e la Frick Collection di New York. Poi però arriva la guerra. Nell’agosto del 1943 i bombardamenti colpiscono Milano e danneggiano gravemente il museo. Gli allestimenti ottocenteschi vengono distrutti.
Il Poldi Pezzoli riapre nel 1951, dopo la ricostruzione curata da Fernanda Wittgens, una delle figure più importanti della tutela del patrimonio artistico milanese nel dopoguerra. Ma la storia del Salone non finisce lì. Negli anni Settanta arriva un’altra trasformazione: il soffitto viene abbassato di circa un metro e viene realizzata una volta in cartongesso. E quello che c’era sopra scompare dalla vista.


Per quasi cinquant’anni nessuno vede più l’arco monumentale della serliana. Fino a quando, nel gennaio del 2025, una videoispezione entra proprio dentro quella volta.
E lì arriva la sorpresa. Dietro il cartongesso viene individuato l’arco marmoreo originale, con le sue decorazioni in bronzo, ancora in ottimo stato di conservazione.
In altre parole: qualcosa che sembrava appartenere soltanto alle fotografie storiche del museo era ancora lì. Nascosto.

Da questa scoperta parte il progetto di recupero realizzato dal Poldi Pezzoli insieme al World Monuments Fund. L’obiettivo non è semplicemente restaurare una stanza, ma ricostruire, per quanto possibile, l’idea originale di Poldi Pezzoli.
Torna visibile la grande arcata, vengono riallestiti gli arazzi fiamminghi del Seicento e torna nella sala anche una grande specchiera veneziana del Settecento, che nel frattempo è stata restaurata.
Un’idea che oggi, 150 anni dopo, viene riletta e recuperata.

Ma il Salone Dorato racconta anche un’altra storia: quella di come cambia un museo.
Il Poldi Pezzoli nasce come una casa privata trasformata in museo e, nel tempo, è stato continuamente modificato.
Per adeguarlo alle nuove esigenze di sicurezza, agli impianti, agli standard internazionali e alla crescita delle collezioni.

Ora sceglie Milano come sede permanente e inaugura questa nuova fase proprio con il Salone Dorato del Poldi Pezzoli.
E forse non è un caso.
Perché questa stanza è un piccolo esempio di quello che significa davvero conservare il patrimonio: non semplicemente impedire che qualcosa si rovini, ma capire che cosa abbiamo ereditato, andare a cercarlo anche quando sembra scomparso e decidere come consegnarlo al futuro.
E così, a Milano, una stanza che per cinquant’anni era stata parzialmente nascosta torna finalmente a farsi vedere.

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