Ventiquattro storie di lavoro, ventiquattro percorsi professionali che attraversano almeno un quarto di secolo. Palazzo Marino ha aperto le sue porte ai milanesi insigniti della Stella al Merito del Lavoro, ai quali è stato consegnato l’Ambrogino d’oro.
Ma dietro quella medaglia non c’è soltanto una carriera lunga. C’è un pezzo della storia recente di Milano.
Ci sono manager, impiegati, tecnici e professionisti che hanno lavorato in aziende molto diverse tra loro: da Leonardo a Poste Italiane, da IBM a Sea, da Atm ad A2A.
Persone che hanno iniziato a lavorare in un mondo molto diverso da quello di oggi. Un mondo nel quale molte delle tecnologie che oggi diamo per scontate semplicemente non esistevano.
E allora il valore di questo riconoscimento sta anche in una domanda: che cosa rimane, dopo 25 o 30 anni di lavoro, quando cambiano gli strumenti, le aziende e persino il modo di intendere una professione?
La Stella al Merito del Lavoro, infatti, viene assegnata dalla Presidenza della Repubblica a chi ha alle spalle almeno 25 anni di attività nella stessa azienda, oppure 30 anni complessivi, e si è distinto per professionalità, laboriosità e comportamento. È un riconoscimento nato quasi un secolo fa, nel 1923, e regolato oggi da una legge del 1992.
E i numeri raccontano quanto sia ancora radicato questo modello: il primo maggio di quest’anno, al Conservatorio di Milano, sono stati 166 i lavoratori lombardi diventati nuovi Maestri del Lavoro.
Ma c’è un altro elemento che rende particolare la cerimonia. Perché l’assessora allo Sviluppo economico Alessia Cappello ha chiesto ai premiati di non considerare questo riconoscimento come un punto di arrivo, ma come un possibile punto di partenza: andare nelle scuole, incontrare i ragazzi e raccontare che cosa significa lavorare, costruire una professionalità e attraversare tanti anni di cambiamenti.
Ed è forse questo il passaggio più interessante.
Perché mentre si parla continuamente della distanza tra giovani e mondo del lavoro, del problema delle competenze che mancano alle aziende e di una generazione che spesso entra nel mercato con contratti e prospettive molto diverse rispetto a quelle dei propri genitori, qui viene proposta una strada molto semplice: mettere in contatto le generazioni.
Da una parte chi ha accumulato decenni di esperienza. Dall’altra chi deve ancora scegliere quale lavoro farà tra dieci, venti o trent’anni.
Non significa necessariamente chiedere ai giovani di replicare le carriere di chi li ha preceduti. Il lavoro è cambiato e continuerà a cambiare.
Significa piuttosto trasmettere ciò che non si trova facilmente in un manuale: come si affronta un problema, come si lavora in squadra, come si costruisce una competenza e anche come si reagisce quando una tecnologia o un’organizzazione cambiano completamente le regole del gioco.
E c’è poi un altro dato: la presenza femminile tra i premiati.
L’assessora Cappello ha sottolineato come quest’anno la maggior parte dei Maestri del Lavoro milanesi premiati con l’Ambrogino sia composta da donne.
Un segnale che si inserisce in un cambiamento più ampio del mondo del lavoro, anche se la strada verso una piena parità non è ancora conclusa.
Il riconoscimento, quindi, guarda contemporaneamente al passato e al futuro.
Al passato, perché celebra decenni di professionalità e di esperienza.
Al futuro, perché quelle stesse esperienze possono diventare un patrimonio da trasferire a chi oggi sta entrando nel mondo del lavoro.
Perché in un’epoca in cui si parla molto di intelligenza artificiale, nuove professioni e competenze digitali, c’è qualcosa che una macchina difficilmente può sostituire: l’esperienza di chi ha passato una vita a fare un mestiere e può raccontare a chi arriva dopo non solo come si fa, ma perché lo si fa in un certo modo.
Ma il messaggio lanciato è anche un altro: adesso quell’esperienza può diventare qualcosa da restituire alla città e alle nuove generazioni.

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